“Le Volpi”, recensione della prima del 14 gennaio.
In scena al Teatro Sala Umberto fino al 18 gennaio 2026
Mercoledì 14 gennaio, il Teatro Sala Umberto ha accolto la prima romana de “Le Volpi”, lo spettacolo di Lucia Franchi e Luca Ricci (che ne è anche il regista), prodotto dalla Compagnia CapoTrave. Un testo che, reduce dalla finale ai Premi Ubu 2024, porta in scena una provincia italiana assolata e corrotta, servita su un vassoio d’argento (o meglio, su un vassoio di biscotti vegani).
L’esperienza teatrale è iniziata prima ancora del buio in sala. I tre interpreti — Giorgio Colangeli, Manuela Mandracchia e Federica Ombrato — hanno preso posto lateralmente a luci ancora accese. Una scelta registica forte: la loro presenza silenziosa ha zittito il brusio del pubblico che si accomodava, creando una tensione palpabile. Quando le luci della sala si sono spente e quelle del palco accese, noi spettatori eravamo già prigionieri della loro storia.
Una nota di merito alla regia di Luca Ricci : per tutti i 70 minuti, gli attori non escono mai di scena. Quando non sono al centro dell’azione, restano immobili nell’ombra, testimoni silenziosi (e complici) di quel microcosmo.
Al centro della scena, in una domenica d’agosto prima delle agognate vacanze, un vassoio di biscotti vegani. Mai oggetto di scena fu più metaforico. In politica, e negli affari, “fare il biscotto” significa accordarsi sottobanco per manipolare un risultato. Un termine che deriva dall’ippica, da quella vecchia pratica di dare ai cavalli un biscotto impastato con sostanze proibite per alterare la gara.
Qui, i tre protagonisti, tra un morso e l’altro, consumano la spartizione di favori, concessioni e incarichi. La forza dello spettacolo risiede nella straordinaria bravura dei tre protagonisti, capaci di rendere umana e ,per questo ancor più terribile, la corruzione.
Colangeli disegna magistralmente un politico locale pragmatico, ancorato al “localismo”. È l’uomo del “si può fare”, colui che gestisce la cosa pubblica come un’estensione del proprio salotto. La sua naturalezza nel mercanteggiare il bene comune è disarmante.
La Mandracchia offre una prova sfaccettata. La sua dirigente non è corrotta per vocazione, ma per scivolamento. Si lascia coinvolgere nel “biscotto” spinta (pur tra mille dubbi) da un amore materno distorto, perché la figlia chiede — anzi, pretende — di partecipare al banchetto.
Quello della figlia è forse il personaggio più inquietante. Ombrato ci propone con capacità una ragazza, nei cui occhi non si legge la limpidezza della giovinezza, ma una fame antica. Non è una vittima del sistema, ne è una proattiva sostenitrice. Pronta a banchettare, pretende il suo posto al sole (la direzione del museo comunale) in cambio dei favori che la madre può concedere. Vedere una giovane , che è promettente, intelligente e preparata, assoggettarsi così volentieri alle logiche dell’inciucio è il pugno nello stomaco più forte dello spettacolo.
Definiremmo questa rappresentazione “divertentemente amara”. Si ride, perché il linguaggio è lieve, da commedia all’italiana, ma il retrogusto è velenoso. Assistiamo a un meccanismo autoassolutorio continuo: in fondo sono solo biscotti “vegani”, fanno poco male alla salute. Così come la “piccola corruzione” sembra fare poco male alla società.
È un pensiero che forse contagia la platea: “Le cose funzionano così”, viene pensato. “Se non fai così, anche il giovane più meritevole non lavora”. Uscendo, la domanda sorge spontanea e scomoda: noi, al posto loro, li avremmo mangiati quei biscotti?
Non sfugge all’occhio del cronista una sottile ironia: lo spettacolo, che mette alla berlina i meccanismi della pubblica amministrazione, è realizzato con il supporto di Regione Toscana e Ministero della Cultura. Un atto encomiabile, certo, ma che suona quasi come un ulteriore atto autoassolutorio delle istituzioni stesse, come a dire: “Vedete? Finanziamo chi ci critica, quindi siamo salvi”.
Il titolo “Le Volpi” allude alla furbizia, ma questi protagonisti hanno la voracità dei lupi. Gli applausi a scena aperta finali hanno sancito il successo della serata, ma il pubblico lascia la Sala Umberto con una consapevolezza in più: l’Italia dei mille comuni è ancora di più, purtroppo, l’Italietta dei mille “biscottini”.
Claudio Costantino



