Alla Sala Umberto, la partita che non inizia mai: solitudine e appocundria nello “Jucatùre” di Enrico Ianniello

JUCATORE-IMMA DILLO

foto di scena di Imma Di Lillo

“Jucatùre”. La recensione
Al Teatro Sala Umberto fino al 19 aprile 2026

Fino al 19 aprile 2026, la Sala Umberto ospita Jucatùre, adattamento della commedia del drammaturgo catalano Pau Miró . La traduzione e la regia sono firmate da Enrico Ianniello, storico estimatore del teatro di Miró e già interprete del testo in passate edizioni (già vincitore del Premio Ubu 2013 come miglior testo straniero).

L’impianto narrativo si sviluppa attorno all’incontro di quattro uomini che si riuniscono in un appartamento per giocare a carte, sebbene la partita non abbia mai effettivamente inizio. I personaggi rappresentano figure marginali e “invisibili” nel contesto metropolitano: un attore cleptomane afflitto da vuoti di memoria (Adriano Falivene), un becchino balbuziente legato ai racconti di una prostituta (Antonio Milo), un ex barbiere che cela la propria disoccupazione (Giovanni Allocca) e un professore di matematica condizionato da un complesso d’inferiorità e dalla figura paterna (Marcello Romolo).

La scenografia, curata da Carmine Guarino, riproduce l’abitazione in modo realistico e totale, mostrando tutti gli ambienti, bagno compreso. Questo spazio chiuso funziona come una casa-palcoscenico, un rifugio in cui i protagonisti si isolano.

La dinamica dello spettacolo si affida alla solida coralità del cast, capace di offrire una prova recitativa di notevole misura e coesione. Milo e Falivene, forti del sodalizio già rodato nella fiction televisiva Il Commissario Ricciardi (al fianco dello stesso Ianniello), mettono in campo una chimica scenica autentica e ben calibrata. Affiancati dalle interpretazioni altrettanto centrate di Romolo e Allocca, gli attori riescono a restituire con precisione psicologica le fragilità di uomini incapaci di adattarsi alle pretese di una società performante.

Altrettanto efficace risulta il lavoro di Enrico Ianniello, che si distingue per la profonda padronanza del testo: la sua direzione calibra attentamente i ritmi teatrali, mantenendo la narrazione in costante equilibrio tra comicità amara e realismo, scongiurando con intelligenza il rischio di scivolare nella caricatura.

La drammaturgia di Jucatùre si nutre di suggestioni eterogenee che ne stratificano la lettura. A un primo sguardo, i quattro protagonisti si presentano come i “miserabili” della metropoli contemporanea di matrice hugoiana: figure invisibili, estromesse dalle dinamiche sociali e relegate ai margini. La loro condizione iniziale richiama il fatalismo dei “vinti” di Giovanni Verga: l’appartamento in cui si rifugiano funge da “scoglio” protettivo – il celebre ideale dell’ostrica – dal quale sembra impossibile staccarsi senza essere travolti dalla fiumana della realtà.

Eppure, senza svelare l’esito dell’epilogo, la sceneggiatura riserva uno scarto narrativo decisivo. L’immobilità viene rotta: i quattro trovano l’impulso per uscire dal proprio guscio e tentare di giocarsi, per una volta, la vera partita della vita, mettendo in atto l’impresa a lungo teorizzata. È in questo slancio d’azione che la commedia trova la sua cifra stilistica più riuscita: il tentativo di riscatto assume i contorni di una moderna Armata Brancaleone di monicelliana memoria. Una ribellione goffa e tragicomica, in cui il coraggio improvviso finisce per evidenziare con amara ironia la profonda inadeguatezza umana degli antieroi in scena.

Un elemento chiave della messinscena è il tappeto sonoro. Oltre a brani di Patty Pravo e Dean Martin, la regia inserisce ‘E parole, traccia tratta dall’album d’esordio Città Futura del musicista napoletano Bassolino. Il brano non è un semplice riempitivo, ma una precisa traduzione sonora della condizione esistenziale dei quattro protagonisti. Come recitano i versi della canzone (“E’ parole nun’ s’anna credere / Parlano pe’ te, ma nun si chiu’ tu”), il testo teatrale evidenzia la scissione tra il dire e l’agire. Per i “giocatori”, le parole diventano un alibi: parlano dei loro piani e delle loro vite per non doverle affrontare.

Questa immobilità verbale affonda le radici in quello che la cultura partenopea definisce appocundria – un misto di malinconia e senso di incompletezza – ma che assume qui i contorni della “noia” di matrice moraviana. Non si tratta di semplice tedio, bensì di un’incapacità patologica di possedere la realtà e di relazionarsi con essa. I quattro antieroi restano paralizzati in questa noia esistenziale o appocundria, chiusi nella loro casa-palcoscenico, fino al momento in cui l’urgenza di un riscatto, per quanto goffo e sgangherato, li costringerà a trasformare le parole in azione.

Claudio Costantino

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