“La guerra svelata di Cassandra (Aletheia)”. La recensione della prima del 27 novembre.
In scena al Teatro Spazio Diamante fino al 30 novembre 2025
L’impatto con “La guerra svelata di Cassandra (Aletheia)” inizia prima ancora che le luci si abbassino, nel momento stesso in cui si varca la soglia della rinnovata Sala White dello Spazio Diamante. Quando si entra in sala, l’attrice (Gaia Aprea) è già lì, in proscenio. Non ci guarda. È seduta a un tavolino, di spalle alla platea, immersa in un’attesa che pesa quanto un macigno.
L’incisiva scrittura di Salvatore Ventura e la dirompente regia di Alessio Pizzech trasportano il bagaglio mitologico in una dimensione contemporanea straziante. La rappresentazione attuale è proposta ai tempi odierni. Non c’è sipario, non c’è filtro, tra l’attesa e l’inizio della rappresentazione. La scenografia è essenziale ma carica di simbolismo: oltre al tavolo, lo sguardo è catturato da una bara su cui è adagiata una corona funebre. Su un drappo bianco è già proiettata un’immagine di devastazione delle guerre odierne, un fermo immagine che anticipa le altre che seguiranno, da Gaza all’Ucraina.
È solo dopo questo incipit immobile che l’azione prende vita: l’attrice si sposta, posizionandosi lateralmente rispetto alla platea ma restando sempre al suo tavolino. È in questo nuovo assetto che la rappresentazione ha veramente inizio, immergendoci nella mente frammentata della protagonista.
In questo assetto laterale, l’attrice tenta di compiere un gesto quotidiano, vitale: mangiare. Porta il boccone alla bocca mentre il fragore delle bombe – reali o immaginate – le rimbomba nella testa. Ma non ci riesce. Il troppo dolore accumulato le ha chiuso lo stomaco, rendendo impossibile anche il semplice atto di nutrirsi. Il video, curato da Andrea Montagnani, ci mostra sul drappo-schermo anche Enea (cammeo di Giovanni Boni) a cui Cassandra ripensa con trasporto e sollievo; il legame con lui rappresenta una forza indelebile che resiste nella memoria agli orrori.
La rappresentazione ripercorre la tragedia classica ispirandosi all’Odissea e alle Troiane, ma con un intento preciso che va oltre la rievocazione. Come sottolineato nelle note di regia, la materia proposta “non è la riscrittura di un mito come quello della guerra di Troia bensì un pretesto per interrogarci sulla contemporaneità, cercando di scoprire insieme se il futuro ha un cuore antico“. Il titolo stesso ci guida in questa lettura: “La guerra svelata di Cassandra (Aletheia)” non è solo la cronaca di un mito, ma il tentativo di strappare il velo sulle menzogne e sulle falsità che si costruiscono attorno ai conflitti per giustificarli (o per dimenticarli). È il racconto di uno svelamento (Aletheia), un atto di testimonianza volto a disvelare l’ipocrisia di ieri (e di oggi).
Per raggiungere questo scopo, l’autore e il regista hanno cercato di aggiungere alla voce del personaggio un tono di modernità epica seguendo lo stile della slam poetry. Una scelta stilistica forte, che permette a Cassandra di raccontare la sua verità di profetessa inascoltata con un ritmo cadenzato e contemporaneo: l’invasione dei Greci, la caduta di Troia, e la violenza subita per mano di Aiace. Una violazione brutale, simboleggiata in scena da un oggetto di straziante contrasto: un candido, immacolato slip bianco.
Dallo stupro, alla schiavitù come “bottino” di Agamennone, fino all’arrivo a Micene dove l’attende la scure di Clitennestra. Il finale è di una potenza visiva devastante: Cassandra apre la bara bianca colma d’acqua e vi si adagia. Quella bara diventa metaforicamente la vasca (o viceversa) in cui Cassandra morirà, compiendo quel destino che lei stessa aveva previsto.
Il cuore pulsante dell’opera è Gaia Aprea. La sua Cassandra non è solo un personaggio, è un flusso di coscienza. L’attrice ci regala una vibrante interpretazione della profetessa, in un monologo che è presagio, che è delirio, che è condanna, che è ricerca di perdono per non aver saputo far conoscere ciò che lei già sapeva. Si tratta di una recitazione di parola, ma anche del corpo, dove ogni gesto amplifica il peso delle profezie inascoltate.
Una nota di merito va senz’altro alla potenza del testo di Salvatore Ventura e all’affilata regia di Alessio Pizzech. La messa in scena trova così il suo equilibrio in un solido triangolo artistico, dove la freschezza autoriale si somma all’esperienza della guida registica e alla presenza magnetica della protagonista.
Al termine della rappresentazione, durante l’ovazione della sala, è stato evidente quanto questa immersione nel dolore abbia provato Gaia Aprea: l’abbiamo ritrovata ancora visibilmente scossa e turbata, incapace di uscire immediatamente dai panni di una donna che porta sulle spalle il peso di tutte le guerre della storia.
Cassandra ha segnato la protagonista ed ha segnato indelebilmente anche noi. Quello proposto è davvero uno spettacolo necessario, che usa il rito del teatro per opporsi all’indifferenza.
Claudio Costantino



