Teatro Brancaccino: lucida follia nel circo della vita
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“Scarti di Paradiso”. La recensione della prima del 21 febbraio 2019.
In scena al Teatro Brancaccino fino al 24 febbraio.

In un fine settimana segnato da tante proposte teatrali di richiamo, però non si può perdere la rappresentazione di “Scarti di Paradiso”, scritta da Alessandra D’Ambrosio e Diana Del Monaco, interpretata dalla stessa D’Ambrosio. Il dramma è proposto al Teatro Brancaccino, dal 21 al 24 febbraio, nell’ambito di “Spazio del Racconto”, rassegna di drammaturgia contemporanea 2018/2019 (alla sua IV edizione).

La costruzione teatrale ha robuste fondamenta: la regia del dramma è di Gianfelice Imparato (noto regista, commediografo ed attore) e le musiche di Patrizio Trampetti (fondatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare).

Si parte con una canzone, composta apposta per lo spettacolo da Trampetti, che è struggente ed appassionata. Quindi – in una scena che raffigura una stanza bianca ed asettica, arredata solo da una sedia – interviene una donna sciatta e smorta, che però sa far emergere una bellezza e purezza interiore, proiettata in chiave onirica.

Quello proposto dalla bravissima e coinvolgente protagonista è un lungo monologo intramezzato da interventi di una voce fuori campo (che è quella di Imparato).

La stanza bianca è un locale di un manicomio ai primi del Novecento, una sorta di confessionale in cui la paziente – stimolata da un medico che agisce al fuori della stanza – si racconta, si confessa, scava nell’io interiore, facendo emergere il suo passato.

Malata di mente, con lucida follia, la donna racconta una vita segnata sulle orme di una nonna tenutaria di una casa di tolleranza, una madre prostituta, un’infanzia vissuta in un bordello. Inevitabilmente è diventata prostituta anche lei.

Dalle sue parole emergono visioni, ossessioni, delusioni, provocazioni nel circo della vita. Ha una purezza interiore soffocata da una pazzia che ha scavato la mente come fa una goccia d’acqua sulla roccia.

Il finale è drammatico e liberatorio, perché si può imprigionare il corpo ma non l’io interiore.

Claudio Costantino

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