Teatro Sala Umberto: la scuola contro i muri di separazione
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“La classe”. La recensione della prima del 13 novembre 2018
In scena al Teatro Sala Umberto fino al 25 novembre

Testo duro quello di Vincenzo Manna che affonda il bisturi nella società e nella scuola attuale con “La Classe”, che è portato al Teatro Sala Umberto fino al 25 novembre con la regia di Giuseppe Marini.

In molteplici occasioni il teatro è entrato nel mondo della scuola, del disagio, dell’incomprensione docente-allievo. Manna/Marini collegano ora il decadimento della scuola a quello della società. L’una è specchio dell’altra.

Già l’ambientazione scenica fa comprendere un mondo alla deriva: la classe dove avvengono le lezioni è sporca, si cammina su un mare di cartacce che nessuno raccoglie.

In scena Claudio Casadio, Andrea Paolotti, Brenno Placido, Edoardo Frullini, Valentina Carli, Haroun Fall, Cecilia D’Amico, Giulia Paoletti, tutti molto bravi in questa rappresentazione aspra con i giovani visti come galline nel pollaio troppo affollato, che si agitano e si beccano. Una grande prova di recitazione con gli studenti sempre sopra le righe ed i docenti (preside e professore) flemmatici e quasi arresi.

Docenti e studenti non dialogano. Anzi questi ultimi tendono a prevaricare e sopraffare. Gli uni e gli altri considerano inutili la scuola. Il pericolo è fuori, nei migranti di un campo profughi che si ingrossa e viene visto come una minaccia, tanto da voler erigere un muro tra chi arriva e la collettività insediata. Come si vede il tema è di grande attualità.

La durezza dei rapporti scolastici, la brutalità, la contrapposizione anche fisica mostrano un contesto degradato. Quella dei giovani è una reazione forte e drammatica di chi si sente assediato. Tutto cambia quando si approfondisce la realtà della migrazione, le motivazioni che spingono a fuggire, gli orrori che sono dietro all’esodo.

Quando si entra nella logica che il fenomeni della migrazione è il nuovo “olocausto”, si comincia a costruire un “rapporto” e la scuola può riappropriarsi del suo ruolo educativo, non solo alla cultura ed al lavoro ma anche, e soprattutto, alla vita.

Coraggioso e spiazzante avvicinare i concetti di migrazione e olocausto. Ma il messaggio è chiaro: non si può far finta che nulla stia accadendo; bisogna comprendere che chi emigra è vittima prima che minaccia.

La scuola non può lasciarsi andare, deve mantenere e rafforzare il suo ruolo, formando i giovani, insegnando loro  il rispetto, l’accoglienza, l’apertura anche mentale.

Abbattendo i nuovi muri.

Claudio Costantino

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