Teatro Eliseo: un uomo mite nella gogna mediatica
penitente

“Il penitente”. La recensione.
In scena al Teatro Eliseo fino al 26 novembre 2017

Al Teatro Eliseo sta per iniziare la rappresentazione de “Il Penitente”, scritto da David Mamet. Il protagonista (Luca Barbareschi) è già in scena mentre il pubblico si accomoda in sala. Seduto, legge attentamente il giornale. Suggestiva la “scenografia mediatica” che coinvolge ed avvolge tutto il teatro.

Fasci di news dei vari canali informativi scorrono sotto i loggioni, in un flusso incessante. Lungo le pareti  laterali del palcoscenico vengono proiettate immagini di personaggi  finiti sulle prime pagine dei quotidiani (tra cui quella del presidente degli Usa Trump); quindi l’informazione gridata che fa le sue vittime. Nel “tritacarne mediatico e giudiziario” c’è finito – ci viene ricordato – anche Enzo Tortora, ma anche il politico Clemente Mastella (che è stato recentemente assolto, a dieci anni di distanza, dalle accuse di truffa, appropriazione indebita ed abuso di ufficio).

L’informazione condanna senza appello, si fa giustizia da sé. Ci viene in mente il caso di questi giorni delle accuse di molestie sessuali (sui giornali e non nelle aule dei tribunali) al regista cinematografico Fausto Brizzi. Vere o false che siano le accuse, anche lui e la sua famiglia nella gogna. Barbareschi è un estimatore del teatro di Mamet; ha tradotto, diretto ed interpretato tutti i suoi lavori più importanti. Ora porta in scena questo testo del 2016 che, come si vede, è di un’attualità stravolgente.

Racconta il dramma di uno psichiatra che ha una crisi, morale e professionale, per non essere riuscito a fermare un paziente che ha commesso una strage. Ciò lo porta a trovare conforto nella religione e non se la sente di testimoniare a favore dell’assassino.

L’accusato lo accusa di omofobia;  così ad essere sbattuto sui media, come un mostro, è lui, e non l’assassino, il colpevole. Le risposte religiose che lo psichiatra ha trovato  diventano accuse, i suoi scritti vengono manipolati , stravolti ed utilizzati contro, i suoi sensi di colpa diventano colpa.

Tutto ciò senza potersi difendere, mentre il fango schizza copioso. Un linciaggio che sconvolge non solo la vita personale, ma anche di chi ti sta accanto. Si è messi al bando, come appestati, impossibilitati a difendersi, a dire la propria opinione.

Dalla finzione alla realtà. Ci viene in mente la lettera aperta ai media del 15 novembre,della moglie del regista Brizzi, Claudia Zanella in cui ha scritto: “Sono barricata in casa da giorni e non posso nemmeno portare mia figlia di un anno e mezzo al parco, perché sotto al nostro portone ci sono giornalisti e paparazzi a qualsiasi ora del giorno e della notte. Anche questa può essere considerata violenza sulle donne, in questo caso io e mia figlia”.

Ma ritorniamo alla rappresentazione. Il racconto si sviluppa in otto quadri, dialoghi a due, del protagonista con la moglie (Lunetta Savino), l’avvocato difensore (Massimo Reale), la pubblica accusa (Duccio Camerini). Superba l’interpretazione di Barbareschi nel tratteggiare  una persona mite, con forti valori morali, sgomenta davanti ad un incendio che non è assolutamente in grado di spegnere.

Eccellente tutto il cast, con la moglie sempre più disorientata, con l’avvocato alla ricerca di compromessi, con la pubblica accusa che incalza e strumentalizza.

Un cortocircuito irrazionale con processi e condanne sui media; con ragione, verità e giustizia negate e violate.. La realtà – si lascia intendere – è che non si può essere determinati, e moralmente puri, né si può agire con onestà intellettuale, in un mondo capovolto,in cui i valori non contano più.

Come sottolinea Luca Barbareschi “La società reclama il sacrificio di ogni integrità”.

Brunella Brienza

 

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